Progetto richiedenti asilo

La mobilità è da sempre una caratteristica umana che ha infranto anche i confini più o meno artificiosamente fissati. Oggi questa caratteristica naturale, unita all’esplosione di intere aree geopolitiche a seguito dei dirompenti processi di globalizzazione economica e finanziaria, dell’implosione di Stati nazione e dell’interventismo militare occidentale, produce flussi umani che trasformano in luoghi di approdo anche paesi come l’Italia, la Grecia e la Spagna che nel passato hanno visto partire in massa i loro cittadini.

In qualche anno sono dunque cambiate le motivazioni che spingono alla migrazione, i modi di viaggio, le provenienze. Data la pressione che continenti interi esercitano sull’Europa, immaginata come terra di sopravvivenza o di maggior benessere e maggiori opportunità, occorre riconoscere che il fenomeno non è più definibile un’emergenza, ma ha un carattere strutturale la cui durata non è dato di prevedere.

In Europa sono cresciuti la percezione di “invasione” e il rifiuto dell’accoglienza fino a raggiungere livelli di ostilità non visti finora, anche per l’azione di entità politiche e sociali vecchie e nuove che hanno fatto del rifiuto di ogni migrante, in particolare se di religione e colore della pelle diverso, il terreno fertile per espandersi e per cercare di imporre ai tradizionali soggetti politici l’accantonamento dei fondamenti umanitari dell’Unione.

L’Italia, come altri paesi, sta assistendo ad un’impennata di arrivi di rifugiati e richiedenti asilo (RRA) a seguito delle crisi nel Medio Oriente, nel Magreb, nella fascia sub Sahariana e nel corno d’Africa. Fra i tanti percorsi di accesso, la via del mare è sempre drammatica e spesso tragica. Oggi però anche le vie di terra, che da sempre sono percorse dal maggior numero di migranti, si stanno rivelando difficili e pericolose e catturano nuovo clamore mediatico, pur riguardando l’Italia solo marginalmente così che la pressione sull’Unione Europea si sta concentrando a Nord, meta dichiarata della maggioranza dei profughi.

L’Unione Europea nel suo insieme è interessata da circa il 10% del totale mondiale di rifugiati fuori dal loro paese di origine, mentre l’Italia, per incidenza dei RRA rispetto agli abitanti, si colloca sotto la media europea (1).

Alle frontiere dell’Unione arrivano persone cariche dei patimenti subiti e mosse da speranze, ma anche desiderose di contribuire positivamente alle società in cui sperano di collocarsi. Il fondamento dell’accoglienza è quindi nel riconoscimento della loro umanità e della cultura di ognuno, il che non comporta in alcun modo la rinuncia alle culture già presenti in Europa. Tuttavia troppo spesso nella collocazione dei RRA si tiene in conto solo la possibilità di trovare un ricovero abitativo e mancano criteri equilibrati e pianificati per un loro inserimento, anche se temporaneo.

Solo concentrandoci sul giusto ed equilibrato inserimento dei nuovi venuti nelle nostre comunità, anche quando è temporaneo, possiamo sperate di governare e volgere in positivo questo fenomeno epocale che oggi genera soprattutto paura e rifiuto.

Superati i CPT e poi i CIE che hanno rappresentato un modo di occultamento del problema, oggi gli organismi che gestiscono la prima accoglienza cercano di distribuire sul territorio i RRA per il periodo di espletamento delle procedure di riconoscimento della protezione internazionale, ma non sono considerati a sufficienza fattori quali il numero di abitanti abituali o le attività produttive tipiche del territorio di destinazione.

Le comunità locali ed i loro amministratori si trovano spesso di fronte a decisioni assunte altrove e non condivise con loro, con numeri talvolta del tutto inadeguati alla specifica realtà. I Sindaci poi sono sottoposti dai propri concittadini ad istanze di rifiuto sempre più forti che non hanno strumenti per contrastare.

Bisogna dire con forza che la pura disponibilità di alloggi o altre strutture abitative – spesso rese disponibili da privati solo per rimettere in valore edifici inutilizzati – non è adeguata a ospitare persone, ma distorce e produce ostilità che sarà difficile superare con equilibrio e ragionevolezza.

In futuro le esigenze delle prefetture e delle altre istituzioni nazionali non dovranno più prescindere da un corretto e preventivo rapporto con le comunità locali e i loro rappresentanti.

Recosol partecipa attivamente alla gestione dei RRA, sia come gestore diretto sia indirettamente attraverso varie organizzazione a noi vicine. Siamo un’associazione di enti locali e per l’esperienza accumulata su questo fronte riteniamo che per ridurre le tensioni e favorire rapporti di coesistenza sereni sia necessario coinvolgere sempre le amministrazioni comunali e le associazioni che già normalmente agiscono nelle comunità destinatarie.

Anche dal punto di vista delle persone che chiedono di essere accolte, per dare loro un accettabile ed umano livello di ospitalità, sono da prendere in considerazione elementi cruciali quali le provenienze, l’età, le composizioni famigliari, la prossimità o l’incompatibilità religiosa, il livello culturale.

Date le caratteristiche attuali del fenomeno migratorio, va affrontato per tempo ciò che accadrà di queste persone al termine dell’inchiesta per la concessione della protezione internazionale, sia che si abbiano ottenuto il titolo di legittima permanenza in Europa, sia che questo status sia stato rifiutato. Se, come ci richiedono in modo pressante le istituzioni europee, l’Italia dovrà accorciare i tempi per la definizione dello status, il problema assumerà a breve dimensioni non meno preoccupanti dell’afflusso.

Poiché già esistono in Italia esempi virtuosi di gestione dei flussi di persone straniere, come ad esempio nel caso dell’area bresciana o della convenzione con i Comuni proposta dalla Prefettura di Torino, questi devono essere presi a riferimento e divenire modalità normale di governo di questo processo.

Riteniamo che si possa promuovere fra i Comuni una Carta della ospitalità che consenta di governare un processo che va immaginato di lunga durata. Alcuni requisiti della carta possono essere definiti fin d’ora:

  • Il numero di persone RRA deve essere equilibrato e pianificato con anticipo per ogni territorio omogeneo considerando, quando serve, ambiti sovra comunali, come ad esempio le valli montane.

  • Le istituzioni locali devono sempre essere coinvolte fin dalla fase di pianificazione, rendendo esplicite tutte le forme, le entità ed i numeri che interesseranno quel territorio.

  • Le istituzioni a carattere nazionale (il Ministero degli Esteri con le sue agenzie, i prefetti, le forze dell’ordine) dovrebbero deliberare le collocazioni future solo sulla base di quanto pianificato.

  • La composizione dei gruppi ospitati in una determinata area deve essere attentamente vagliata su basi sociologiche riferite almeno alle provenienze, all’età, alle composizioni famigliari, alla religione.

  • La disponibilità di alloggi senza altre forme di gestione della presenza di migranti non deve essere considerata titolo sufficiente a disporre l’invio di persone su un territorio.

  • Nessun programma di accoglimento, da chiunque gestito, deve potersi attuare se non sono chiaramente individuate forme ed attività di inclusione sociale dei gruppi ospitati, evitando che si creino situazioni di inattività e abbandono delle persone ospitate ed includendo perciò servizi di volontariato svolti da stranieri.

  • Le associazioni ed i gruppi organizzati che già operano sul territorio (siano essi laici, religiosi, sportivi, etc.) devono poter partecipare alla fase di pianificazione ed in seguito contribuire al processo di integrazione e di comunicazione fra i residenti abituali e i nuovi ospiti, promuovendo attività a carattere sociale.

  • Il territorio ospitante deve poter fruire della maggior parte delle ricadute economiche derivanti dall’ospitalità in termini di posti di lavoro per operatori e di forniture per la quotidianità.

  • Alle comunità ospitanti deve essere assicurato dalle forze dell’ordine un livello di attenzione adeguato alla nuova situazione, anche a tutela degli operatori e degli stessi ospiti.

  • La capienza di persone RRA di un determinato territorio dovrà essere rivista e ridiscussa almeno una volta l’anno congiuntamente fra istituzioni nazionali e locali, in base al mutare delle situazioni e tenendo in conto dei reali saldi di presenza fra partenze e nuovi arrivi.

Con William Bonapace, docente di Relazioni interculturali presso l’Università della Valle d’Aosta, diciamo:

Saper rispondere con civiltà e responsabilità a questa sfida è la grande questione del presente che mette a dura prova la dimensione profonda della nostra dignità di esseri umani, così come la tenuta delle nostre istituzioni e la solidità dei valori su cui si è costruita la parte migliore del nostro patrimonio storico e morale”.

Come raccontare l’accoglienza?
Accoglienza significa tante cose; lo splendore e la fatica dell’incontro col mondo; l’impresa quotidiana di costruire ponti in una realtà che erge muri; lo scoprire una miriade di storie personali che, sommate, fanno la Storia. Qualcuno, in questo inizio secolo, pensa ancora di poter fermare la storia dell’uomo fatta di migrazioni. Un fenomeno antico come il mondo: dalla Nuova Guinea all’Australia, all’Europa all’America, al Medio Oriente…Quando l’uomo scopre l’agricoltura smette di emigrare e diventa stanziale. Ma per larghissima parte della Storia conosciuta gli esseri umani sono nomadi, si spostano seguendo la promessa di benessere costituita dalle fonti di cibo (frutti e animali da cacciare). Oggi il benessere è costituito dall’avere un lavoro che permetta di vivere degnamente e da una società in cui regni la pace invece del conflitto. Gli uomini continuano e continueranno a muoversi per migliorare le proprie condizioni di vita. Come abbiamo sempre fatto fin da quando siamo scesi dagli alberi.
Chi vuole fermare le migrazioni non è solo responsabile di genocidio (quanti sono i morti nel Mediterraneo, nel Sahara, nei mari intorno all’Australia, in centroamerica cercando di raggiungere gli Stati Uniti e negli altri mille luoghi simbolo delle migrazioni?), ma anche colpevole di ignoranza. E comunque dovrà rassegnarsi, le migrazioni umane smetteranno di esistere solo quando smetterà di esistere l’uomo.
Il fenomeno migratorio è così antico da aver sicuramente riguardato anche le nostre famiglie in un punto imprecisato dell’albero genealogico. Ma allora, cosa ci impedisce di riconoscerlo, di accettarlo come dato fisiologico, di comprenderlo e di assumercene la responsabilità?

L’accelerazione del cambiamento: quando gli effetti della globalizzazione smettono di essere una cosa che guardiamo alla Tv ma precipita sul marciapiede di fronte a casa, non è detto che siamo preparati ad accoglierli. Se poi questo cambiamento che nel frattempo ha scosso le nostre certezze, ha delocalizzato la fabbrica, ha fatto perdere il lavoro, ha prosciugato il conto in banca, abbassato drasticamente gli ammortizzatori sociali, ecc. parla altre lingue, non si comporta com’è giusto, non prega il dio conosciuto, mangia cose strane e si arrangia come può, scatta l’insicurezza. Reagire alla paura è fisiologico, ci si agita molto rischiando la paranoia, scatenando guerre fra poveri e sbagliando clamorosamente il bersaglio.
I residenti che fanno le barricate per impedire che donne e bambini vengano ospitati nei loro paesi, sono vittime di reazioni che vanno molto di moda, ma sono antistoriche. Succede ogni volta che un nuovo paese o città si trova a dover accogliere dei migranti: scatta il dibattito tra quelli che hanno paura e non vogliono i “neri” e quelli che li difendono, perché tanto “sono come noi”. E no, non sono come noi, vengono da altri luoghi e da altri panorami, parlano lingue diverse, pregano in modo diverso, hanno altri colori della pelle e sono portatori di usanze differenti. Ma questa è la ricchezza, il valore aggiunto che da sempre fa progredire la società.
Non si dovrebbe avere paura di un altro essere umano senza conoscerlo ma purtroppo è proprio quello che non si conosce che fa paura. Per l’opinione pubblica sono sempre “altro”: sono invasori, stupratori, clandestini, untori, ladri di lavoro e di futuro.
Quando alcuni migranti ospitati da Recosol a Gioiosa hanno visto le immagini di Amatrice e degli altri paesi devastati dal terremoto e hanno riconosciuto la stessa distruzione delle loro città di origine, devastate non dalla natura ma dall’uomo, il loro gesto spontaneo di donare qualche euro ai terremotati ha scomodato i media nazionali e internazionali, dal Corriere della Sera alla Bbc passando per Al Jazeera, Radio Vaticana e radio Sputnik di Mosca. La disumanizzazione dei migranti è diventata così familiare all’opinione pubblica che quando un migrante fa un gesto “normale” questo diventa una notizia.
Altre storie molto più interessanti invece non le racconta nessuno.
Quando due settimane fa è nata Patricia, da padre e madre nigeriani che per arrivare in Italia hanno attraversato l’inferno, non è interessato a nessuno.
Quando un migrante si alza la maglietta e ci mostra i segni delle torture subite nel paese di origine, non interessa a nessuno.
Quando Ansumana, dato per morto a causa dell’Hiv e isolato in un reparto di malattie infettive, è incredibilmente risorto non è interessato a nessuno.
Ma Patricia andrà a scuola e crescerà in Europa, i migranti torturati avranno un permesso di soggiorno e nel giro di alcuni anni diventeranno cittadini italiani, Ansumana è presente ad ogni sbarco al porto di Reggio Calabria per aiutare chi arriva come è arrivato lui.
Queste storie sconosciute sono l’Italia di oggi e di domani e gli unici custodi di questa realtà sono gli operatori che quotidianamente si occupano di accoglienza. Quegli operatori bistrattati da chi li classifica volgarmente come “quelli che fanno soldi coi clandestini”. Ma quelli che fanno i soldi sono i gestori delle grandi strutture cosiddette emergenziali e non i tanti che offrono sostegno ai propri fratelli e sorelle.
Custodi sono gli amministratori che spesso da soli nelle loro stanze cercano soluzioni, presi in mezzo fra i cittadini rumoreggianti e la Prefettura che spesso fa calare progetti di emergenza sul territorio senza coinvolgere il tessuto sociale. Amministratori che fanno argine ad un crescente imbarbarimento, destreggiandosi fra mille difficoltà con magri bilanci e una crisi economica pesante.
A loro bisogna dare la parola.

Sono molti gli spunti dai quali partire per affrontare il tema dell’accoglienza ai richiedenti asilo e dell’impatto che questo provoca sul territorio. Sgombriamo subito il campo: non ci occuperemo di business e malaffare già noti alla cronaca e alla magistratura.
Questa pubblicazione non ha la presunzione di essere esaustiva sul tema dell’accoglienza e certo non può rappresentare le centinaia di esperienze sparse in tutte le regioni; tuttavia sono testimonianze che raccontano in prima persona le miserie e le nobiltà di incontri fra soggetti molto diversi fra loro. Scrivono dal progetto Ciac di Parma, Chiara e Michele: “C’è un passaggio delicato: la costruzione di un patto di corresponsabilità tra accolto e società accogliente. Tale patto restituisce dignità, ma da entrambe le parti non è facile, specie sotto la pressione di bisogni primari, riuscire a mantenerlo. È un percorso erratico, e da parte nostra è necessario che la cosa funzioni, nei tempi ragionevoli e stabiliti”.
Un percorso erratico, ma anche carsico che scava in ognuno che si trova ad affrontare questo impegno. Forse sarebbe giusto dire che l’esperienza, è soprattutto un grande banco di prova per tutti noi. Ne usciamo rafforzati o sconfitti, appunto, nelle nostre fatiche e miserie.
Il tema dei migranti va maneggiato con cura, capace di far saltare storiche amicizie, ci si divide perfino fra chi fino a ieri ha condiviso percorsi politici con riferimenti forti all’uguaglianza e fratellanza. La solidarietà non è più una parola da scrivere sui documenti ma una cosa concreta, da attuare. Qui e ora. É sempre un’incognita, l’incontro con l’altro una scommessa, qualunque faccia abbia o lingua parli. Ci si incontra con persone simpatiche o antipatiche, ignoranti o geni, violenti o miti. L’incontro con l’altro nei progetti di accoglienza ha una valenza in più, intercetta qualche cosa di molto delicato. Una linea di demarcazione si forma fin da subito, fra chi ha in mano il potere (l’aiuto), e chi ha bisogno di tutto. Poco serviranno le linee guida di manuali predisposti per la gestione dei rifugiati. La partita è alta. Come non sentirsi superiori, capi naturali, dovendo gestire in toto il pacchetto dei bisogni dei richiedenti asilo? Non ci sono santi, corsi di aggiornamento che possano venire in soccorso, ci sono solo persone, le une di fronte alle altre con gli strumenti e il bagaglio culturale che ciascuno possiede. Può capitare dunque, messi alla prova nella gestione dei progetti che si forzi la mano e i richiedenti asilo diventino persone sulle quali esercitare un totale controllo. Il passaggio fra dare una risposta ai bisogni primari ed occuparsi in toto della vita di qualcuno (cosa fa? dove va?), e inserire (a volte inconsapevolmente) un controllo sulla persona, è un rischio esistente. Le regole di buona convivenza nelle case dei progetti a volte può succedere che diventino vere limitazioni di libertà, si è giunti a chiudere queste persone, rinchiuderli. E’ successo, succederà ancora. Impossibile per i controlli arrivare ovunque.
E poi c’è la burocrazia che non aiuta ad aprire le menti, così come il ritardo cronico nel pagamento dei contributi da parte degli Enti preposti, elementi che spesso fanno vacillare anche i progetti più strutturati e positivi.
Va sottolineato ed è risaputo il fatto che il grande esodo abbia coinciso con la pesante crisi economica in Europa. Si tace, invece, troppo spesso quanto i progetti di accoglienza che si portano dietro budget cospicui, spesso siano serviti agli italiani a sopperire a mancanza di lavoro e prospettive soprattutto per i giovani. Non si dirà mai abbastanza come i famosi 35 euro al giorno ricadono per la quasi totalità sul territorio italiano, sono stipendi per gli operatori, affitti per le case, parcelle per commercialisti, assistenti sociali, avvocati, sono acquisti per generi di prima necessità ecc ecc e solo 2,50 euro al giorno erogati direttamente al richiedente asilo, anche se non sempre arrivano nelle sue tasche.
E’ dunque un grande aiuto prima di tutto per la nostra economia. Un segnale viene dai tanti albergatori che, in difficoltà, per la flessione dei flussi turistici, preferiscono cambiare rotta e investire sull’accoglienza migranti, spesso senza garantire servizi complementari. Ma gli immigrati rimangono “invasori”.
Chi si occupa dei progetti di accoglienza è anche chiamato a reggere un impatto sul proprio territorio fra immigrati e cittadini italiani non banale, non facile. Con pochi strumenti a disposizione (perlopiù lasciati al buon senso), gli operatori sono impegnati a gestire un passaggio epocale. Sono chiamati a governare un processo di cambiamento inarrestabile.
Tuttavia, nonostante la pesante campagna in atto, il nostro Paese continua a vivere un vero miracolo e ad essere promotore di un civile rapporto di convivenza. Un territorio tutto sommato tranquillo grazie agli sforzi e alla messa in atto di buone pratiche sociali, di tanti operatori, volontari e amministratori di Comuni che stanno traghettando verso il futuro un Paese sempre più multietnico. Comuni che sono letteralmente rinati, grazie alle presenze dei migranti, salvando servizi, vedendo incrementare le nascite. Amministratori che hanno saputo invertire tutto quello che per altri è un problema, trasformandolo in un’occasione di rinascita del territorio.
Amministratori e Operatori, che si trovano spesso in totale solitudine, eppure capaci di inventarsi strumenti non solo lavorativi, ma veri percorsi culturali di mediazione e interazione in un clima sempre più difficile e ostile. A loro si lascia il difficile compito di mettere in campo ogni strumento per evitare la trasformazione del nostro Paese in un territorio dove imperversi il razzismo insieme all’odio.
Giovanni Maiolo e Chiara Sasso
Gruppo di Coordinamento Recosol 2016 dicembre